Traduzione automatica. Fa fede il testo inglese. Leggi in inglese
1. Introduzione: la dichiarazione di bancarotta politica
L’Europa è sull’orlo di una trasformazione irreversibile. Dobbiamo aprire questo documento con una brutale ammissione dello status quo: lo stato attuale della nostra sicurezza interna e dell’integrità dei nostri confini equivale a una vera e propria «dichiarazione di bancarotta politica» da parte dell’establishment al potere. È il segno di un profondo fallimento dello Stato quando le nazioni europee sono costrette a spendere ogni anno miliardi di euro solo per erigere barriere di cemento e schierare reparti di polizia pesantemente armati attorno alle nostre tradizioni più care. Quando i mercatini di Natale, le sfilate di carnevale e le feste locali – simboli storici della gioia e della libertà europee – devono trasformarsi in fortezze blindate per evitare stragi, il patto sociale è stato infranto.
Il terrorismo e le aggressioni sono il nostro grande nemico, ma si tratta per lo più di un nemico importato. L’instabilità, la polarizzazione, l’esplosione della criminalità e il diffuso senso di insicurezza che vediamo oggi, soprattutto nell’Europa occidentale, non sono fenomeni naturali come il tempo atmosferico: sono il risultato diretto di scelte politiche compiute a Bruxelles e nelle capitali nazionali.
L’establishment come colpevole
Lo affermiamo senza mezzi termini: l’establishment della maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale e centrale non è un semplice spettatore di questa crisi, ne è il responsabile. Non mettendo in sicurezza i nostri confini esterni e voltandosi dall’altra parte quando faceva comodo, si è reso complice del caos. Per incompetenza, viltà morale o cecità ideologica, ha permesso che l’Europa diventasse terreno di gioco non solo per trafficanti, opportunisti, terroristi e criminali di ogni sorta, ma anche per i nostri nemici geopolitici.
Prendiamo atto della realtà geopolitica: potenze straniere – tra cui la Russia, gli Stati Uniti e perfino alleati strategici come la Turchia, Israele, l’Arabia Saudita e gli stessi Stati europei – hanno destabilizzato il vicinato europeo in Nord Africa e in Medio Oriente con politiche interventiste mal condotte. L’intervento franco-britannico in Libia ne è un esempio evidente. Se la repressione dei manifestanti da parte di Gheddafi rendeva comprensibile l’impulso a intervenire, l’esito va guardato con onestà: uno Stato frammentato, prigioniero di un’instabilità permanente, e una «porta aperta» in Nord Africa da cui sono passati milioni di migranti. Alla fine è l’Europa intera a pagare il prezzo di queste decisioni.
La Russia, in particolare, oggi usa cinicamente come arma e orchestra i flussi migratori per mettere sotto pressione, ricattare e dividere le società europee. Al tempo stesso, ampie parti dell’establishment europeo – soprattutto nell’Europa occidentale, meno in quella orientale – hanno accolto, sostenuto e perfino ampliato la migrazione di massa. L’alleanza sciagurata tra alcune ONG, un universalismo estremo e gli interessi economici ha prodotto un’acritica «cultura dell’accoglienza» che ha perso ogni misura e ogni buon senso (almeno nell’Europa occidentale), e politiche che, comunque le si voglia presentare, si sono rivelate socialmente corrosive e geopoliticamente disastrose.
Per giustificare questa linea, i politici di sinistra, verdi e anche centristi dell’establishment invocano spesso la transizione demografica, sostenendo che l’Europa «ha bisogno di immigrazione per pagare le pensioni». È un’impostazione fuorviante. Riduce una profonda questione di civiltà e di società a un angusto calcolo di bilancio, ignorando i limiti dell’integrazione, la coesione sociale, i tassi di dipendenza di lungo periodo e il fatto che l’immigrazione di massa non risolve il declino demografico, ma si limita a rinviarlo, spesso a un costo politico e sociale crescente.
Pagare miliardi di euro a potenze straniere perché non «aprano i cancelli» non è una strategia sostenibile e dovrebbe essere, nel migliore dei casi, una misura di contenimento temporanea. L’alternativa preferibile è un confine esterno europeo forte e unito, sostenuto da una volontà politica coordinata, da capacità di controllo e da una responsabilità condivisa tra tutti gli Stati europei, per resistere efficacemente alle pressioni migratorie.
2. Visione e impegno politico
Ave Europa afferma un cambio di paradigma fondamentale: migrare in Europa è un privilegio, non un diritto umano universale. Deve essere regolato da criteri rigorosissimi e va guadagnato. Respingiamo la narrazione secondo cui l’Europa sarebbe un parco giochi aperto al mondo intero. Gli europei hanno il diritto di decidere con chi vogliono vivere.
Per riuscirci dobbiamo intervenire su due fronti critici e riconoscere diverse posizioni:
1. Riformare un sistema d’asilo che non funziona
L’attuale sistema d’asilo è il principale motore del disordine. Dobbiamo indicare esplicitamente il sistema stesso come il problema. Il «diritto d’asilo» non può più funzionare come porta di servizio per ingressi incontrollati. Chiediamo una ristrutturazione radicale:
- Esame esterno delle domande: solo le domande d’asilo dei cittadini di Stati confinanti con l’UE possono essere esaminate in Europa. Tutte le altre vanno esaminate in paesi terzi sicuri. Nessun esame delle domande d’asilo deve avvenire sul suolo europeo.
- Integrità dei documenti: la regola «senza documenti, nessuna procedura» deve essere assoluta, per porre fine allo sfruttamento delle scappatoie legali.
- Soluzioni temporanee: l’asilo va definito rigorosamente come protezione temporanea in campi controllati, con un percorso automatico di rimpatrio una volta cessato il pericolo immediato, e non come una via verso la residenza permanente. Si possono fare eccezioni per i rifugiati che compiono uno sforzo eccezionale per entrare a far parte della nostra società (apprendimento della lingua, volontariato, ecc.) e in numeri compatibili con la stabilità demografica. Devono essere selezionati uno per uno e in numeri trascurabili.
2. Oltre la narrazione dei «rifugiati»
Il sistema d’asilo non funziona, ma in alcuni paesi è solo la punta dell’iceberg. I milioni di persone che arrivano con visti di lavoro, di studio e di ricongiungimento familiare – per vie «legali» – rappresentano una sfida altrettanto grande per l’unità e l’integrità culturale europee. Soprattutto nel Regno Unito.
Un timbro sul visto non annulla l’impatto di cambiamenti demografici di massa. Che una persona arrivi su un gommone o con un volo di linea, il risultato è lo stesso: la diluizione e la cancellazione dell’identità europea. Per questo Ave Europa chiede limiti rigorosi a ogni forma di migrazione extraeuropea, affinché la tutela del nostro tessuto etnoculturale prevalga sulla convenienza economica o burocratica.
Gli europei non vogliono il multiculturalismo, vogliono l’assimilazione
Gli europei vogliono vivere in una società ad alta fiducia, circondati da persone che parlano la loro lingua, che si comportano in modo prevedibile e che ne condividono i valori fondamentali. Il multiculturalismo significa spesso visioni del mondo e valori radicalmente diversi, che nella pratica finiscono spesso per scontrarsi. Si moltiplicano le notizie di studenti francesi e tedeschi autoctoni vittime di bullismo nelle scuole in cui sono in minoranza.1
Ci muove una consapevolezza esistenziale: se gli europei autoctoni diventano una minoranza nel proprio continente, l’Europa come entità culturale e politica distinta è morta.
La morte del progetto europeo
Il «progetto europeo» non è una semplice raccolta di accordi commerciali; la sua vera ragion d’essere è la cultura comune che ne è alla base, costruita nel corso di millenni attraverso usanze, letterature e visioni politiche condivise. Questo patrimonio comune è l’unica ragione per cui l’integrazione europea funziona.
Se questo legame culturale si dissolve per effetto della migrazione di massa, le fondamenta stesse dell’Unione europea saranno compromesse senza rimedio. Senza un nucleo culturale unitario, l’Unione inevitabilmente si spezzerà e andrà in pezzi.
Dalla civiltà all’assoggettamento
Un’Europa sradicata – un guscio vuoto di ciò che era – non avrà la coesione interna per proiettare potenza. Una volta spenta la nostra identità di civiltà, non saremo più padroni del nostro destino. Un’Europa frammentata diventerà invece terreno di gioco per le potenze straniere. Saremo ridotti a un insieme di Stati deboli, destinati a essere assoggettati da potenze straniere.
Per evitare che l’Europa diventi una semplice «espressione geografica» in balia di interessi esterni, dobbiamo proteggere l’integrità demografica e culturale che rende possibile l’indipendenza strategica europea. Millenni di sviluppo non vanno ceduti; vanno custoditi come l’unica via verso un futuro sovrano.
Difesa ideologica
In Europa non c’è posto per visioni del mondo che disprezzano la nostra storia, sottomettono le donne o rifiutano le nostre libertà laiche e mirano a soppiantare le nostre identità etnoculturali. La nostra visione è un’Europa federale unita che faccia da scudo al suo popolo: un’Europa in cui la sicurezza sia la condizione normale della vita, non un lusso da difendere con cemento e mitragliatrici.
3. Struttura principale: i pilastri strategici
I. Primo pilastro: piena sovranità sui confini e applicazione della legge
Obiettivo: salvaguardare il continente e ripristinare lo Stato di diritto.
1. Un solo confine, una sola forza
L’attuale frammentazione in 34 confini nazionali è una debolezza strategica che trafficanti di esseri umani e Stati ostili sfruttano. La crisi migratoria si può risolvere solo se l’Europa agisce come un’unica entità federale con un unico perimetro.
L’espansione di Frontex: chiediamo di trasformare Frontex da agenzia di supporto in una grande Guardia di frontiera e costiera europea con poteri esecutivi. Deve essere ampliata, militarizzata, autorizzata a presidiare fisicamente il confine esterno, indipendente dalle esitazioni nazionali e, se necessario, dotata dello status di combattente.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) si è trasformata nel più grande ostacolo giuridico alla nostra sicurezza, anteponendo sistematicamente i diritti di chi entra illegalmente alla sicurezza dei cittadini europei.2 L’attuale diritto d’asilo si è allontanato dal suo intento originario di proteggere gli oppressi; è diventato un sistema che priva i popoli europei del loro diritto democratico di decidere chi attraversa i loro confini.
Un nuovo quadro di controllo: Ave Europa chiede una rifondazione radicale del diritto d’asilo. Riconosciamo che l’attuale paralisi nasce da un malinteso umanitarismo di cui si è approfittato. Per porvi rimedio proponiamo un «nuovo diritto d’asilo» fondato su due pilastri:
- Requisiti rigorosi: la protezione deve essere riservata esclusivamente a chi è perseguitato in modo reale e individuale, come i cristiani siriani o altre minoranze specifiche minacciate di sterminio mirato.
- Potere di rimpatrio di massa: il sistema va riformato per rendere le espulsioni semplici ed efficienti. Il quadro giuridico deve consentire rimpatri di massa senza i decenni di interferenze giudiziarie che oggi permettono ai richiedenti respinti di restare a tempo indeterminato. Il rimpatrio verso paesi sicuri deve avvenire rapidamente.
L’ultimatum alla CEDU: se una riforma del diritto d’asilo si rivelasse impossibile nei quadri internazionali esistenti, Ave Europa chiede il ritiro formale di tutti gli Stati membri dell’UE dalla giurisdizione della CEDU in materia di migrazione e confini.
Se la scelta è tra un organo giudiziario superato e la sopravvivenza della nostra civiltà, scegliamo la nostra civiltà. Proteggeremo chi è davvero perseguitato, ma non permetteremo più che il «diritto d’asilo» diventi un patto suicida per i popoli europei.
2. La politica del «No Way» e dei rimpatri
Chiediamo il rimpatrio immediato e sistematico di tutte le persone entrate illegalmente in Europa.
- Solo vie legali: non vogliamo alcuna via illegale abituale verso l’Europa. L’ingresso deve essere interamente legale, autorizzato in anticipo e regolato da procedure. Servono centri esterni per l’esame delle domande d’asilo in paesi terzi sicuri, dove i rifugiati realmente perseguitati possano chiedere asilo. Vie in precedenza illegali possono essere rese legali con l’approvazione esplicita del parlamento. Se in uno Stato direttamente confinante con l’Unione europea si verificano costrizioni estreme o persecuzioni, un tribunale appositamente istituito dovrebbe autorizzare espressamente il viaggio. Altrimenti, chi attraversa il confine illegalmente, soprattutto dopo l’istituzione dei centri di esame, perde ogni diritto di chiedere asilo o un visto ed è bandito a vita.
- Espulsione dei criminali: qualsiasi non cittadino che commetta un reato grave deve essere espulso immediatamente. Niente seconde possibilità, niente pene sospese, niente «casi di particolare difficoltà».
- Il «protocollo della leva»: un’Europa federale userà tutto il suo peso economico per costringere i paesi d’origine a riprendersi i propri cittadini. Applicheremo una politica rigorosa: a ogni paese che si rifiuti di riammettere i propri cittadini verranno azzerati tutti gli aiuti allo sviluppo. Bloccheremo inoltre i trasferimenti di denaro privati (le rimesse) inviati dall’Europa verso quel paese. La pressione finanziaria imporrà la collaborazione. Premieremo invece con aiuti allo sviluppo o investimenti i paesi che scelgono di rispettare le regole. Se l’espulsione verso il paese d’origine non è possibile, si procederà all’espulsione verso un paese terzo sicuro.
II. Secondo pilastro: difesa culturale e sicurezza interna
Obiettivo: superare l’opposizione interna, fermare le influenze straniere e proteggere le tradizioni e la coesione europee.
1. Combattere le ideologie incompatibili: dobbiamo essere intolleranti verso l’intolleranza
- Bloccare le influenze straniere: dobbiamo recidere i canali di finanziamento delle istituzioni religiose e politiche che diffondono il radicalismo. Indichiamo in particolare organizzazioni come la DITIB, che agisce come braccio esteso del governo turco (e altre finanziate dagli Stati del Golfo). Queste organizzazioni gestiscono in Europa moschee che ostacolano l’integrazione, spiano i critici e diffondono sentimenti antieuropei. Devono essere chiuse e perseguite penalmente.
- Conseguenze giudiziarie: i finanziatori stranieri del radicalismo vanno bloccati e combattuti in tribunale. Chiediamo pene detentive per chi favorisce ingerenze straniere o la radicalizzazione sul suolo europeo. Non tollereremo quinte colonne finanziate da Ankara, Riad o Doha che operano entro i nostri confini.
2. Proteggere le tradizioni
Rifiutiamo di accettare una «nuova normalità» in cui la vita pubblica si svolge dietro i blocchi di cemento antiterrorismo. I miliardi spesi per proteggere i mercatini di Natale e altri eventi pubblici sono una tassa sul fallimento della politica migratoria. Ci impegniamo a ricostruire un’Europa in cui le tradizioni si possano celebrare apertamente, senza l’ombra del terrore.
3. Cittadinanza e naturalizzazione
Dobbiamo porre fine al gioco di prestigio statistico delle naturalizzazioni di massa. Constatiamo con allarme che paesi come la Germania hanno naturalizzato 300.000 persone in un solo anno, usando di fatto la cittadinanza per nascondere nelle statistiche la crisi migratoria.
- Revoca della cittadinanza: dobbiamo riservarci il diritto di revocare la cittadinanza a chi ha la doppia nazionalità e commette reati gravi, atti di terrorismo o agisce direttamente contro interessi vitali europei. La Lettonia indica la strada.
- Il passaporto è sacro: la cittadinanza è l’ultima tappa dell’assimilazione, non uno strumento burocratico per migliorare le statistiche sulla criminalità.
III. Terzo pilastro: realismo economico e giustizia sociale per gli europei
Obiettivo: proteggere lo Stato sociale e invertire la «fuga dei cervelli».
1. Smantellare i fattori di attrazione
- Riforma del welfare: dobbiamo eliminare del tutto i fattori di attrazione per i migranti poco qualificati. Nessuna prestazione sociale per i nuovi arrivati: il nostro obiettivo immediato è l’abolizione totale delle prestazioni sociali per i non cittadini, a meno che non siano contributori netti. Se non riescono a mantenersi economicamente, devono tornare nei loro paesi d’origine. Le industrie che dipendono da manodopera straniera a basso costo vanno invece incoraggiate ad automatizzarsi.
- Proteggere la sanità: dobbiamo dare priorità alla popolazione europea che invecchia e alle giovani famiglie autoctone. Accogliamo con favore i professionisti sanitari stranieri, ma respingiamo la falsa narrazione secondo cui l’immigrazione di massa migliorerebbe la sanità. In proporzione, le popolazioni immigrate raramente esprimono più medici della popolazione autoctona.3 Saremo invece molto più selettivi e attenti alle nostre esigenze, anziché spalancare i confini sperando di trovare abbastanza medici e infermieri.
- Crisi abitativa: riconosciamo che la migrazione è uno dei principali fattori della carenza di alloggi. Milioni di nuovi arrivati competono con le giovani famiglie europee per uno spazio abitativo limitato, facendo salire gli affitti. Nell’assegnazione delle case popolari dobbiamo sempre favorire le giovani famiglie europee.
2. Invertire la fuga dei cervelli
Mentre importiamo milioni di persone poco qualificate, perdiamo le nostre menti migliori. Solo per fare un esempio, oltre 300.000 tedeschi qualificati hanno lasciato il loro paese in un solo anno; in tutta Europa si contano a milioni. Dobbiamo fermare questo esodo rendendo l’Europa di nuovo sicura e prospera, invece di sostituire la nostra popolazione con culture incompatibili.
4. Applicazione e governance
Per attuare questa visione, Ave Europa propone le seguenti misure legislative ed esecutive concrete:
- Limitazione del ricongiungimento familiare: il ricongiungimento familiare non è un diritto, è una ricompensa basata sul merito. Serve da incentivo per migranti altamente istruiti, culturalmente compatibili e di comprovata affidabilità, in grado di mantenere interamente la propria famiglia. Per i migranti poco qualificati il ricongiungimento familiare va abolito. Dovrebbe invece essere più facile per loro far visita alla famiglia nel paese d’origine senza perdere il visto di lavoro.
- Maternità invece di migrazione: riconosciamo la crisi demografica (la bassa natalità), ma affermiamo che la migrazione è una falsa cura. La soluzione deve essere sostenere le famiglie europee e la maternità. Anche se non riuscissimo a raggiungere il tasso di fecondità di sostituzione, sostituire la popolazione non è una soluzione.
- Sanzioni sui finanziamenti esteri: un intervento legislativo immediato per sequestrare i beni delle organizzazioni religiose sostenute da Stati stranieri (come la DITIB turca in Germania) qualora risultino diffondere propaganda anticostituzionale o antieuropea.
5. Prospettiva strategica: dalla difensiva alla sovranità europea
Nessuna civiltà è mai sopravvissuta negando le condizioni materiali e culturali della propria esistenza. Ordine, sicurezza, continuità demografica ed etnoculturale sono le fondamenta su cui le società si sono storicamente costruite. Vogliamo restituire fiducia e orgoglio al progetto di civiltà europeo. Ci rifiutiamo di lasciarci ancora diluire per accogliere e tollerare più facilmente persone di altre sfere culturali: è qualcosa che loro stessi non accetterebbero nei loro paesi d’origine. Nessun’altra civiltà si decostruisce da sola: perché dovrebbe farlo l’Europa?
La fine del teatro morale
Negli ultimi anni gli europei si sono lasciati alle spalle il teatro morale che aveva segnato i primi anni della crisi dei rifugiati, quando i politici facevano a gara a mostrarsi virtuosi e altruisti nell’accogliere i nuovi arrivati. Siamo però entrati in una nuova era di viltà, silenzio e passività, in cui, viste le difficoltà e i costi politici di una riforma della CEDU, l’Europa preferisce accettare passivamente un sistema d’asilo disfunzionale. Oppure alcuni paesi, come l’Ungheria, scelgono di erodere lo Stato di diritto per resistere al sistema d’asilo europeo.4 Solo un’azione decisa può fermare questo deterioramento.
La sicurezza come condizione della libertà
Nel caos la libertà non esiste. Poter camminare liberamente in una città, riunirsi in pubblico, celebrare le tradizioni senza paura e confidare nella neutralità delle istituzioni dello Stato sono presupposti di qualsiasi concezione sensata della libertà. La sicurezza si fonda sulla fiducia; la fiducia si fonda sulla familiarità. Se vogliamo vivere sicuri, non possiamo essere costretti a sentirci stranieri nei nostri stessi paesi; allo stesso modo vogliamo impedire la segregazione etnica nelle nostre città. Un’Europa che non controlla chi entra nel suo territorio non è sovrana; un’Europa che non riesce a espellere chi viola le sue leggi non sopravvivrà come Stato coeso.5
Affermiamo quindi una gerarchia semplice: la sicurezza viene prima dell’integrazione, la legge prima della compassione e la sovranità prima della solidarietà. Senza quest’ordine, tutti e tre i concetti crollano.
Un federalismo che morde
Questa strategia richiede un’Europa federale: non una sovrastruttura tecnocratica, ma un’entità politica capace di agire con decisione. Gli approcci nazionali frammentati hanno fallito. Finché uno Stato resta permeabile, tutti gli altri sono vulnerabili. La competenza federale su confini, espulsioni e diritto dell’immigrazione non è una preferenza ideologica, ma una necessità funzionale di una società sana.
Al tempo stesso, questo federalismo deve avere radici democratiche. I cittadini devono tornare a sentire che le decisioni politiche riflettono la loro realtà quotidiana e non teorie morali astratte. L’attuale scollamento tra opinione pubblica e risultati politici è insostenibile.
Il federalismo ci darà anche la forza di mettere ordine nel nostro vicinato immediato – dal Nord Africa alla Siria alla Turchia – per garantire la nostra sicurezza e confini esterni affidabili.
Un’Europa che merita di essere difesa
In definitiva, la domanda non è se l’Europa possa permettersi questa strategia. La domanda è se possa permettersi di non perseguirla. I costi dell’inazione sono già visibili: criminalità in aumento, frammentazione sociale, fiducia in calo, costi abitativi in crescita, sistemi sanitari sovraccarichi e corrosione demografica. Nulla danneggia la legittimità del progetto europeo più dell’attuale regime migratorio. Finché il progetto europeo sarà associato a idee globaliste secondo cui gli esseri umani sono intercambiabili a prescindere dal contesto culturale ed etnico, non sopravvivrà. Se nessuno le fermerà, queste tendenze porteranno a un declino irreversibile.
Ave Europa si batte per un’Europa che torni a meritare di essere difesa: sicura della propria identità etnoculturale, socialmente coesa, economicamente produttiva e geopoliticamente determinata.
Note
- https://www.focus.de/panorama/muslimisches-mobbing-in-hamburg-studie-laesst-grosses-problem-vermuten_aadaae4a-a0f3-49e5-80cb-786c7bd962b8.html e https://www.cath.ch/newsf/harcelement-religieux-des-eleves-musulmans-provoquent-leurs-camarades/
- https://www.telegraph.co.uk/world-news/2025/09/02/europe-democracy-at-risk-without-asylum-reform-top-judge/ e https://www.reuters.com/world/uk/uk-wins-court-ruling-keep-asylum-seekers-hotel-risks-angry-response-2025-08-29/
- In Germania ci sono 5.800 medici siriani; rapportato all’intera popolazione siriana, il numero di medici pro capite è più o meno lo stesso della popolazione autoctona.
- https://www.infomigrants.net/en/post/68777/hungary-files-lawsuit-against-eu-court-over-migrationrelated-fine
- https://www.lefigaro.fr/actualite-france/annee-apres-annee-la-litanie-tragique-des-crimes-et-delits-impliquant-des-clandestins-sous-oqtf-20250223 Soprattutto in Francia, il numero di reati commessi da persone destinatarie di un ordine di lasciare il territorio è enorme.


