Il volume aperto di un trattato, con nastro rosso, sigilli di ceralacca e firme

La Carta

La Carta di Ave Europa

Preambolo, diagnosi, identità, sei pilastri, linee rosse.

Lettura di 25 min · Adottata il 2026

Indice

Traduzione automatica. Fa fede il testo inglese. Leggi in inglese

Preambolo

L’Europa sta morendo, e i suoi leader se ne sono fatti una ragione.

La burocrazia soffoca le nostre imprese, e intere regioni sono governate da persone troppo lontane per accorgersi che sono state abbandonate. La guerra è alle nostre porte, in Ucraina. Ogni anno nascono meno bambini, l’industria arretra, la crescita si è quasi fermata. Le culture che ci hanno fatto si stanno logorando, e l’Europa è più divisa che mai. Un continente in questo stato è facile da smembrare, pezzo dopo pezzo. Non serve appartenere a un partito per vedere tutto questo.

Questi mali persistono per una ragione semplice. Le nostre istituzioni sono deboli, i nostri leader timidi, e la nostra classe politica si è adagiata nel gestire il declino invece di combatterlo. Uomini e donne senza spina dorsale e incompetenti, in politica, nell’industria, in ciò che passa per società civile, hanno presieduto a tutto questo, e c’è poco motivo di credere che saranno loro a porvi rimedio. Per questo intendiamo prendere noi le redini. Affronteremo questi problemi con urgenza, e con una serietà che l’Europa non vede da molto tempo in chi la governa. Pragmatismo, non slogan.

Pragmatismo, non slogan.

Noi, i membri di Ave Europa, ci impegniamo per un’Europa forte, unita, prospera, sovrana e fedele alle proprie radici.

Intendiamo onorarla, e costruire su di essa un futuro più libero, più giusto e più sicuro.

  • Consapevoli della loro responsabilità verso il creato,
  • Consapevoli del loro patrimonio comune e della diversità delle loro storie, culture e lingue,
  • Consapevoli delle loro conquiste comuni e della loro responsabilità verso le generazioni future,
  • Risoluti a rinnovare la loro alleanza per rafforzare la libertà, la democrazia, l’indipendenza e la pace in uno spirito di solidarietà tra pari,
  • Determinati a vivere insieme nel reciproco riguardo e nel rispetto delle loro diversità, affermando che un ordine duraturo nasce dalla giustizia, dalla cooperazione e dal rispetto della legge,
  • E sapendo che solo chi sa usare la propria libertà resta libero, e che la forza di un popolo si misura dal benessere dei suoi membri più deboli.

Diagnosi: la situazione europea

Sono lontani i tempi degli imperi europei, quando il continente plasmava gli eventi del mondo. Nell’ultimo secolo vi abbiamo rinunciato, non tutto in una volta e non sempre per scelta. Tre grandi tragedie hanno spezzato l’Europa: il 1918, poi il 1945, e l’umiliazione di Suez nel 1956, quando Londra e Parigi capirono di non poter più agire senza il consenso di Washington. Ciò che seguì andava bene a tutti. L’America forniva la difesa, l’ombrello nucleare e la garanzia; l’Europa si ripiegò su sé stessa e sotto quella protezione costruì il suo Stato sociale e il suo mercato comune, conquistando decenni di stabilità. Ma quelle stesse condizioni le hanno fatto dimenticare che un continente incapace di difendersi, alla fine, non si governa da sé.

L’Unione che è stata costruita era un’unione economica: un ordine fondato su regole di concorrenza leale, standard ambientali, protezione sociale e Stato di diritto. Non c’è nulla di cui scusarsi. Ma il resto del mondo non ha mai accettato le regole dell’Europa, e non mostra alcuna intenzione di adottarle ora. Potenza, crescita e nudi interessi nazionali: questa è la moneta corrente nel mondo, e quando i valori europei vengono ascoltati, se mai lo sono, suonano come i discorsi di un popolo che ha dimenticato come farli rispettare. L’Europa dovrà imparare a difendere i propri valori non solo con il soft power, ma con la forza necessaria a sostenerli, perché non vengano accolti senza la serietà che meritano.

E dobbiamo ammettere con onestà su chi abbiamo fatto affidamento. Gli Stati Uniti non sono in alcun senso un partner europeo; sono una grande potenza che persegue i propri interessi, e quegli interessi non includono più l’Europa. Fingere il contrario è stata una delle abitudini più costose della politica europea. L’Ucraina ha dimostrato che, in ultima istanza, l’Europa può contare solo su sé stessa. Una guerra di tale portata sul continente europeo rende evidente che la nostra difesa non può essere responsabilità di un’altra potenza.

Ma la crisi più profonda non è quella ai confini dell’Europa: è quella al suo interno. Il declino delle civiltà segue schemi riconoscibili, e non c’è alcun mistero; sono scritti a chiare lettere nella storia di ogni impero che ci ha preceduto. Un popolo diventa prospero, poi comodo, poi si vergogna di sé. Vede proprio ciò che ha costruito la sua civiltà, le sue istituzioni, la sua fede, le sue scuole, la sua eredità, come qualcosa di cui scusarsi. I frutti del lavoro che sostiene la civiltà vengono ceduti ad altri in un atto di penitenza, e si reclamano frontiere aperte in nome della «carenza di manodopera». Subentra il senso di colpa per la ricchezza di cui si gode, i monumenti vengono abbattuti, le conquiste vengono riscritte come peccati da espiare e la civiltà comincia ad attaccare sé stessa, come anticorpi che si rivoltano contro i tessuti sani del proprio corpo. Infine, puntuali, arrivano i lupi. Niente di tutto questo è una metafora. È il copione dell’Occidente moderno, e l’Europa lo sta recitando battuta per battuta. L’unica domanda che conta ancora è se saremo la prima civiltà della storia a riconoscere lo schema prima di averlo portato a termine.

La nostra classe politica non ci aiuterà, perché dare un nome al problema è l’unica disciplina che si è organizzata per non praticare mai. Il centro manageriale, abile nei toni e vuoto di convinzioni, ha perfezionato l’arte di travestire il declino da buona amministrazione, scambiando l’assenza di rischio per serietà e l’assenza di ideali per moderazione. L’attuale classe dirigente europea non è fatta di traditori. È qualcosa di più difficile da perdonare: uomini e donne che sentono che il loro momento è passato e vi si aggrappano comunque, ostacolando le vere riforme e insistendo di esserne gli ultimi custodi responsabili.

Il risultato è che gli europei si stanno allontanando. In tutto il continente, tra un quarto e due quinti degli elettori sostengono ormai partiti nati per opporsi apertamente all’Europa. Non è una protesta; è la reazione di chi ha voglia di andarsene da una casa che non lo protegge più. Russia, Cina e Stati Uniti hanno colto l’occasione prima dei nostri governi. Non finanziano i movimenti antieuropei d’Europa perché ci credano; li finanziano perché un’Europa i cui scontenti non hanno uno sbocco costruttivo è un’Europa incapace di reagire alle pressioni esterne. Per sfruttare questa situazione non devono inventare nulla, solo puntare i riflettori sui fallimenti che la politica tradizionale si rifiuta di nominare. Ogni anno in cui Bruxelles risponde alle preoccupazioni dei cittadini con procedure anziché con politiche è un altro anno di ossigeno gratuito per movimenti che descriveranno la malattia a tutto volume senza mai tentare la cura. E quei movimenti offrono un patto avvelenato: per prendere sul serio il declino dell’Europa, per volere confini sicuri, una vera difesa, un futuro per i propri figli, bisognerebbe anche schierarsi contro l’Europa stessa, contro l’Unione, contro l’unità, e ben presto verso Mosca. Respingiamo quel patto senza riserve. Non c’è bisogno di distruggere l’Europa per salvarla. Per una civiltà delle nostre dimensioni, in un mondo di superpotenze ostili, l’unione non è nemica della sovranità; è l’unica sovranità ancora possibile.

Non c’è bisogno di distruggere l’Europa per salvarla.

Il tempo stringe. A voler essere onesti, l’Europa ha forse 15 anni prima che le tendenze in atto si consolidino in qualcosa che la politica ordinaria non potrà più invertire. Lo si sente guardando il prezzo della spesa. Lo si vede nelle città in cui si è cresciuti e che oggi si attraversano con un senso di estraneità difficile da nominare, e che nessuna istituzione vuole riconoscere. Questa sensazione non è stata fabbricata da qualche malintenzionato. È il riconoscimento onesto di cambiamenti reali, che vengono accelerati e che a ogni passo vengono descritti in modo falso proprio da chi avrebbe dovuto gestirli.

Ave Europa esiste per tutto questo, e perché le soluzioni proposte non sono all’altezza. Ci rifiutiamo di restare a guardare. Non lasceremo che l’Europa marcisca dall’interno nel declino culturale e morale, e non la consegneremo a chi vorrebbe abbattere le sue istituzioni, né ai reazionari che sognano il dispotismo né agli idealisti che brucerebbero le fondamenta chiamandolo rinnovamento. Siamo pragmatici prima di ogni altra cosa: riformeremo le istituzioni democratiche europee invece di distruggerle, difenderemo i diritti degli europei e costruiremo l’unità, l’indipendenza e la solida forza difensiva di cui il continente ha fatto a meno per troppo tempo.

Per una civiltà delle nostre dimensioni, in un mondo di superpotenze ostili, l’unione non è nemica della sovranità; è l’unica sovranità ancora possibile.

La strada verso un’Europa unita sarà lunga, e a tratti insidiosa. La percorriamo comunque, e senza scusarci, perché al suo termine si apre un nuovo capitolo nella storia della nostra civiltà.

Identità: chi siamo

Ave Europa è un movimento europeista di centrodestra e di destra, non in contraddizione con l’ordine politico esistente, ma come sua alternativa. Respingiamo l’idea che l’unità europea sia per natura un progetto centrista o di sinistra. Non lo è. Esistiamo perché i problemi sono reali e nessuno li tratta come tali. Il centro sterile dice di amare l’Europa ma non fa che destabilizzarla, gestendo in silenzio ogni questione difficile invece di affrontarla. Gli euroscettici le questioni difficili le nominano, ma per farlo vogliono spaccare politicamente l’Europa, scambiando il puro populismo per un programma e, non di rado, prendendo ordini da potenze straniere ostili come la Russia. Noi proponiamo una strada nuova e diversa: chi ama l’Europa vede che i nostri problemi richiedono soluzioni lungimiranti, e l’identità europea e la continuità della nostra civiltà ci stanno a cuore. Le preoccupazioni reali sul futuro dell’Europa sono molte, e le facciamo nostre perché contano e perché sono rimaste senza risposta troppo a lungo.

I popoli d’Europa hanno il diritto di durare, culturalmente e demograficamente, e per questo lavoreremo e combatteremo. Fra 30 anni, fra 50 o fra 100, l’Europa dovrà essere ancora riconoscibile come Europa. Non è un desiderio estremo; è la cosa più normale del mondo, ed è stata abbandonata da un establishment che la trovava imbarazzante, lasciata in mezzo alla strada per chi l’ha raccolta per ragioni meno nobili. Noi la raccogliamo per quelle giuste. E nulla di tutto ciò richiede di essere contro l’Unione, contro l’unità o contro il mondo moderno. Non serve dare fuoco all’Europa per mantenerla europea.

Non serve dare fuoco all’Europa per mantenerla europea.

Qui tracciamo una linea netta, che i tempi attuali hanno reso confusa. La nostra attenzione alla continuità culturale e demografica non ha nulla a che vedere con la guerra culturale importata dall’America, con il suo mondo di generi e patriarcati e registri infiniti di oppressori e vittime. Quella guerra è stata costruita per mettere le persone le une contro le altre, e un movimento il cui unico scopo è unire gli europei non ne raccoglierà le armi. Non siamo antifemministi. Non siamo contro le «questioni sociali». Semplicemente non ci interessa partecipare a un gioco pensato per dividerci, e le lobby di quelle cause sono già abbastanza grandi e ben finanziate senza il nostro aiuto.

Siamo pragmatici. Non ci presteremo alle posizioni vuote che si spacciano per convinzioni, come «siamo contro il cambiamento climatico», come se qualcuno ne fosse a favore. Quando prenderemo posizione, sarà una posizione che ci distingue davvero, e che sapremo difendere con prove e ragionamenti anziché con reazioni impulsive. Preferiamo avere ragione ed essere fuori moda che essere alla moda e inutili.

Preferiamo avere ragione ed essere fuori moda che essere alla moda e inutili.

Ciò su cui non scendiamo a compromessi

  • L’unità europea come strumento che protegge la nostra civiltà e le nostre nazioni, mai un superstato costruito per dissolverle.
  • Una democrazia pluralista fondata sul dibattito aperto e sulla libertà di coscienza, di parola e di credo.
  • Una leadership trasparente, fondata sul merito e chiamata a rispondere sul piano etico, con tolleranza zero per la corruzione e per l’asservimento a interessi particolari che fanno marcire le istituzioni dall’interno.
  • La dignità e i diritti di ogni europeo sono difesi come un’eredità a pieno titolo.
  • L’onore, la responsabilità verso chi verrà dopo di noi e la dedizione al bene comune improntano la nostra vita pubblica.

Questo è ciò che siamo, prima ancora di proporre una singola politica. Quel che segue è come tutto ciò diventa politica.

Il programma: i nostri sei pilastri

Le politiche attraverso cui questa Carta diventa realtà

Pilastro 1: Unificazione

Un continente delle nostre dimensioni ha una sola via verso la sovranità, e passa per l’unione.

Non cerchiamo l’unità perché un’Europa più grande sia più grandiosa. La cerchiamo perché è l’unico strumento all’altezza dei problemi che affrontiamo, nessuno dei quali, dalla difesa all’industria alla migrazione, una nazione di questo continente può ormai risolvere da sola. La risposta non è dissolvere le nostre nazioni in un superstato, ma costruire sopra di esse un’unione abbastanza forte da agire e abbastanza disciplinata da lasciare a ogni popolo ciò che gli appartiene. L’UE di oggi è stata costruita per la mediazione e il compromesso; noi vogliamo trasformarla in qualcosa che sappia decidere.

L’UE di oggi è stata costruita per la mediazione e il compromesso; noi vogliamo trasformarla in qualcosa che sappia decidere.

NOI VOGLIAMO

  1. Trasformare l’Unione da forum intergovernativo in una federazione con un reale potere decisionale, tutelando al tempo stesso la competenza nazionale su cultura, istruzione e identità attraverso una sussidiarietà vincolante.
  2. Rendere le istituzioni europee direttamente responsabili: dare al Parlamento europeo il diritto di iniziativa legislativa e passare all’elezione diretta di un esecutivo, prima di un Presidente della Commissione, in ultima istanza di un Presidente dell’Unione europea.
  3. Porre fine alla paralisi dei veti nei settori che decidono il destino dell’Europa (politica estera e di sicurezza, difesa, fiscalità, migrazione) e sostituire l’unanimità con la capacità di governare.
  4. Ancorare tutto questo a una Costituzione europea scritta: il primato del diritto europeo, veri pesi e contrappesi, un ruolo definito per i parlamenti nazionali e una base stabile costruita per il cittadino anziché per la burocrazia.
  5. Aprire le istituzioni direttamente ai cittadini, con una piattaforma pubblica in cui le proposte di iniziativa popolare che superano una soglia devono essere prese in esame dal Parlamento.

Pilastro 2: Reindustrializzazione

Un’Europa che non sa costruire, produrre energia e finanziarsi da sola è un’Europa che prende ordini.

Abbiamo lasciato assottigliarsi la nostra base industriale e l’abbiamo chiamato progresso. Abbiamo delocalizzato ciò che avremmo dovuto tenere e regolamentato ciò che avremmo dovuto far crescere, e ora dipendiamo da altri per l’energia, i chip e i capitali che decidono se un continente è libero o soltanto comodo. La prosperità non è un fine in sé. È il pavimento su cui poggia una civiltà seria, e noi intendiamo ricostruirlo: un’economia che produce, che si alimenta da sé e che risponde agli europei anziché a chiunque controlli la catena di approvvigionamento.

NOI VOGLIAMO

  1. Riportare in Europa ciò da cui dipende la sicurezza, dall’energia e dalla difesa alla manifattura e alle tecnologie critiche, e investire direttamente con capitale pubblico dove i mercati privati non si muovono.
  2. Completare il mercato unico che non è mai stato completato. Portare a termine l’unione bancaria e l’unione dei mercati dei capitali, e creare un quadro giuridico che permetta alle imprese attive in tutta l’UE di seguire un solo regolamento anziché 27 diversi. Un’impresa deve poter costituirsi, raccogliere capitali e commerciare in tutto il continente senza dover reimparare le regole a ogni frontiera.
  3. Alimentare l’Europa senza scuse e senza dipendenze. Il nucleare ne è la spina dorsale, con l’idroelettrico, il solare e l’eolico dove hanno senso, perché un’energia abbondante e sovrana è la condizione di tutto il resto.
  4. Conquistare la sovranità tecnologica nei settori che oggi definiscono il potere: IA, cloud e infrastrutture dei dati, manifattura avanzata e spazio. Vogliamo possedere queste capacità, non affittarle da monopoli stranieri.
  5. Tagliare la burocrazia che soffoca l’impresa, alleggerire il peso sulle piccole e medie imprese che reggono il nostro tessuto sociale e abbattere le barriere interne che ancora frammentano gli scambi tra le nazioni europee.
  6. Fermare lo spreco di denaro pubblico. Gli Stati europei si sono gonfiati, spendendo ciò che incassano attraverso apparati arcaici e duplicati. Digitalizzeremo e automatizzeremo l’amministrazione a ogni livello, taglieremo ciò che non produce alcun beneficio pubblico e abbasseremo la pressione fiscale senza ridurre la qualità di ciò che i cittadini ricevono davvero. Ogni euro che lo Stato preleva è un euro di cui deve rendere conto.
  7. Orientare il tutto verso il cittadino, perché i benefici di un’economia continentale, a cominciare dal cammino dell’euro verso una vera valuta di riserva mondiale, siano raccolti da tutti e non accaparrati da pochi al vertice.

Pilastro 3: Riarmo — una sola difesa

Un continente che non vuole difendersi ha già deciso di essere governato da altri.

Per 80 anni l’Europa ha appaltato la propria sopravvivenza e l’ha chiamata pace. Quell’accordo è finito, ed è finito in Ucraina. Un continente serio non prende in affitto la propria sicurezza da una potenza i cui interessi non coincidono più con i suoi, e non aspetta il permesso per difendere il proprio suolo. Costruiremo la capacità militare a cui l’Europa ha rinunciato: non 27 eserciti che non sanno combattere insieme, ma una sola difesa che ne è capace.

NOI VOGLIAMO

  1. Avanzare verso un’unica difesa europea: un Esercito, un’Aeronautica e una Marina europei comuni sotto un comando unificato, con intelligence integrate, un solo bilancio militare e un deterrente nucleare sovrano che risponda solo all’Europa. Perseguiamo questo obiettivo nella NATO, dove ci è utile, e attraverso una nostra Comunità europea di difesa, dove non lo è.
  2. Acquistare come un unico acquirente. Porre fine allo spreco di 27 sistemi incompatibili e 27 contratti separati, rifornirci dall’industria europea e costruire la base continentale degli armamenti che una vera indipendenza richiede. Il denaro speso per la difesa deve costruire capacità europee, non dipendenza dall’estero.
  3. Stare al fianco delle nazioni europee minacciate, l’Ucraina prima di tutte, e dell’Armenia, della Georgia, di Cipro e della Moldova, perché la loro linea del fronte è la nostra e la loro caduta ci lascerebbe scoperti.
  4. Creare un Servizio europeo di sicurezza esterna che agisca oltre i nostri confini contro le reti che ci prendono di mira: traffico di migranti, tratta di esseri umani, criminalità organizzata e gli attacchi informatici e ibridi rivolti alle nostre società. Autorizzato a usare la forza all’estero, con un solo compito: proteggere l’Europa dalle minacce esterne.
  5. Rifiutare la dipendenza da qualsiasi potenza che non abbia a cuore gli interessi dell’Europa: Russia e Cina come avversari, e gli Stati Uniti come un partner su cui non possiamo più fare affidamento a priori. Sovranità significa non dovere a nessuno la nostra difesa.
  6. Trattare la tecnologia come un fronte a sé: dati e comunicazioni sicuri, IA integrata nella difesa e protezione dai monopoli stranieri che in caso di crisi potrebbero staccarci la spina.

Sovranità significa non dovere a nessuno la nostra difesa.

Pilastro 4: Rimpatri e confini

Un continente che non sa decidere chi vi entra non controlla il proprio futuro.

L’Europa ha perso il controllo dei suoi confini e della sua demografia. Chi decide le politiche raramente ne vive le conseguenze: la sua esperienza di un continente che cambia è lo strato sottile e agiato di nuovi arrivati che già gli somigliano, non la realtà dei quartieri che non visita mai. Metteremo fine alla disonestà e ci riprenderemo la decisione che ogni società funzionante riserva a sé stessa: chi ne entra a far parte, chi può restare e a quali condizioni.

NOI VOGLIAMO / DICIAMO

  1. Mettere in sicurezza una volta per tutte il confine esterno europeo, con una vera Guardia di frontiera e costiera europea costruita come erede di Frontex, dotata dello status di combattente e integrabile nella difesa europea in caso di crisi. La libertà interna dell’Europa dipende da un confine esterno solido.
  2. Gestire la migrazione a monte, fuori dai nostri confini e alla fonte, per spezzare le rotte dei trafficanti e alleggerire la pressione prima che arrivi ai nostri confini interni. I flussi irregolari di massa devono essere fermati e invertiti, non gestiti.
  3. Attuare un serio programma di rimpatri per chi è entrato illegalmente, ha commesso reati o non ha alcun titolo per restare.
  4. Un’immigrazione al servizio dell’Europa, nel breve come nel lungo periodo, significa solo persone selezionate con cura che vengono a lavorare, a contribuire e ad assimilarsi dove l’Europa ne ha davvero bisogno, e che rispondono a uno standard europeo così da essere un beneficio netto per la società in cui entrano, puntando però prima di tutto, e molto di più, sul mercato del lavoro interno europeo.
  5. L’immigrazione di massa, legale o illegale, è inaccettabile.
  6. Riformare il nostro rapporto con la CEDU. Lavoreremo per chiarire come si applica la Convenzione alle domande di asilo e agli allontanamenti, perché la protezione dei rifugiati non possa trasformarsi in un diritto generalizzato di entrare e restare. Se non sarà possibile risolvere la questione nel quadro esistente, formuleremo una riserva formale sull’interpretazione della Convenzione in materia di ingresso illegale, asilo e controllo delle frontiere: restringendo i nostri obblighi esattamente dove si abusa del sistema, mantenendo invece per intero le libertà che garantisce a ogni europeo.

Diciamo chiaramente ciò che l’establishment ha abbandonato e la destra radicale ha corrotto: fra 30 anni, fra 50 o fra 100, l’Europa dovrà essere ancora riconoscibile come Europa. È il desiderio più normale che un popolo possa avere, e lo sosteniamo senza scusarci e senza odio.

Pilastro 5: Civiltà e continuità

L’Europa non è una zona economica. È una civiltà, e una civiltà dura solo finché qualcuno è disposto a portarla avanti.

Gli europei non sono una categoria amministrativa. Siamo persone unite da profondi legami ancestrali, storici e culturali, plasmati nel corso di millenni dal mondo classico, dal cristianesimo e dall’Illuminismo che da tutto ciò è nato. Questa identità è stratificata: si appartiene alla propria regione, alla propria nazione e all’Europa, e nessuna di queste appartenenze cancella le altre. Questa eredità merita di essere preservata, e lavoreremo per preservarla. La ragione è semplice. Una società può chiedere ai nuovi arrivati di assimilarsi solo se esistono una cultura e un popolo coerenti in cui integrarsi. Svuotato quel nucleo, la richiesta diventa assurda: un invito a unirsi al nulla. Preservare la continuità dell’Europa è la condizione di tutto ciò che chiediamo a chi viene a vivere tra noi. La continuità non è nemica dell’unità. L’unità si costruisce su di essa, oppure si costruisce sulla sabbia.

La continuità non è nemica dell’unità. L’unità si costruisce su di essa, oppure si costruisce sulla sabbia.

NOI VOGLIAMO

  1. Difendere il diritto di ogni popolo europeo alla propria cultura, e non permettere mai che l’Unione diventi uno strumento per imporre conformità culturale ai suoi membri. La diversità tra le nazioni europee è una forza da proteggere, non un problema da appianare.
  2. Istituire una Politica europea del patrimonio che protegga ciò che rende il continente sé stesso: le sue lingue, i suoi monumenti e la sua architettura, le sue storie regionali e nazionali, ogni antica rovina e ogni tradizione viva che valga la pena conservare.
  3. Intendere l’istruzione come formazione, non come indottrinamento. Il suo scopo è costruire carattere, competenza e responsabilità civica, non fabbricare opinioni. Sosterremo le arti, la letteratura, gli studi umanistici e la ricerca scientifica, e combatteremo la povertà educativa e l’analfabetismo funzionale che lasciano le persone indifese di fronte alla demagogia.
  4. Sostenere il rinnovamento naturale dei popoli europei rendendo di nuovo possibile formare e crescere una famiglia, attraverso le condizioni di cui le famiglie hanno davvero bisogno, mai con la coercizione. Un continente che vuole un futuro deve essere disposto ad averne uno.
  5. Affrontare la nostra storia da adulti: con onestà sul passato, senza il senso di colpa permanente che è diventato un’industria a sé, e con lo sguardo lungo che permette a un continente di provare insieme orgoglio e responsabilità.

Un’eredità europea che merita di essere portata avanti, e difesa.

Pilastro 6: Realismo ambientale

Tutti sono contrari ad avvelenare l’aria e a distruggere il pianeta. La vera domanda è che cosa si fa al riguardo, e chi paga il conto.

Il mondo naturale è il fondamento su cui poggia ogni civiltà e, dopo l’Europa stessa, è il bene più alto che custodiamo. Il cambiamento climatico va affrontato, non esorcizzato.

Su questo tema, da 20 anni l’Europa è governata a colpi di slogan. Consideriamo la lotta al cambiamento climatico una priorità seria, e siamo convinti che sarà vinta come l’Europa ha sempre vinto: con l’ingegneria e l’innovazione, non con la povertà, il senso di colpa o la riduzione pianificata del modo di vivere degli europei. Tracciamo una linea netta tra energia verde, troppo spesso un’etichetta ideologica, ed energia pulita, un dato di fatto. Il nostro impegno va a quest’ultima, a qualsiasi tecnologia che fornisca energia a basse emissioni in modo affidabile ed economico. Respingiamo il negazionismo che finge che il problema non esista e il catastrofismo che deindustrializzerebbe il continente per sentirsi virtuoso. Entrambi hanno fallito. Il realismo non è mai stato tentato.

NOI VOGLIAMO

  1. Guidare un rinascimento nucleare europeo. Il nucleare è l’unica fonte collaudata, scalabile e a basse emissioni che funziona 24 ore su 24, e vogliamo riportare l’industria nucleare europea al primo posto nel mondo, sviluppando reattori nostri e piccoli reattori modulari perché brevetti, posti di lavoro e competenze restino qui. Energia pulita, made in Europe.
  2. Adottare sulle rinnovabili l’approccio onesto del «carico di base prima di tutto»: favorevoli alle rinnovabili dove hanno senso, il solare in Spagna anziché in Finlandia, ma consapevoli che un’economia industriale pesante non può funzionare solo quando soffia il vento. Costruiamo un mix stabile, non una scommessa sul meteo.
  3. Rifiutare di scambiare una dipendenza con un’altra. Non baratteremo il gas russo con l’uranio russo; combustibili e materie prime critiche saranno garantiti da partner stabili e amici e dalla produzione europea ovunque sia possibile realizzarla.
  4. Respingere la politica dell’abbandono industriale. Una fabbrica chiusa in Europa e riaperta dove non esistono standard ha reso il mondo più sporco e l’Europa più povera. Esportare le nostre emissioni non è politica climatica; è una resa travestita da virtù.
  5. Proteggere ciò che abbiamo davvero davanti: la terra, i fiumi, i mari, le foreste e il suolo d’Europa, parte dell’eredità del continente non meno delle sue cattedrali.
  6. Misurare ogni politica ambientale sui risultati e sull’onestà riguardo ai suoi costi e compromessi, mai su quanto faccia sentire giusti i nostri leader. Se una misura costa più di quanto rende, lo diremo e la cambieremo.

Puliti e forti, non poveri e puri.

Puliti e forti, non poveri e puri. Vogliamo consegnare alla prossima generazione un’Europa che sia entrambe le cose, e rifiutiamo la menzogna secondo cui bisognerebbe scegliere.

Il firewall: linee rosse e impegni

Alcuni impegni non sono negoziabili, e alcune linee non le supereremo, qualunque sia la pressione.

Siamo impegnati senza riserve per la democrazia, la dignità umana e lo Stato di diritto. Respingiamo ogni forma di estremismo, violenza politica, odio e discriminazione, che venga da destra, da sinistra o dal fanatismo religioso. I nostri fini si possono raggiungere solo con mezzi democratici, pacifici e legali, e restiamo fedeli a questo principio anche quando ci costa. Ogni individuo ha una dignità e diritti inviolabili, comprese le persone più direttamente toccate dalle nostre politiche: ogni misura di migrazione e rimpatrio rispetterà il diritto nazionale e internazionale, si baserà su una valutazione individuale e rispetterà i diritti umani. Respingiamo le espulsioni collettive e ogni misura illegale. Un movimento che violasse la legge per difendere l’Europa non difenderebbe più nulla che valga la pena avere.

Un movimento che violasse la legge per difendere l’Europa non difenderebbe più nulla che valga la pena avere.

OLTRE QUESTO PRINCIPIO, TENIAMO FERME QUESTE LINEE

  • Ci opponiamo alla cattura oligarchica dello Stato, all’autocrazia, all’estremismo religioso e a ogni dogmatismo ideologico, e rispondiamo con una politica nostra: una sintesi europea che rifiuta sia il centro manageriale sia le frange rancorose.
  • Respingiamo tanto l’eurasiatismo quanto l’atlantismo a guida americana, e ogni altra postura che chieda all’Europa di subordinare la propria sovranità, la propria identità o la propria unità a una potenza esterna. Indipendenza significa indipendenza da tutte.
  • Non c’è posto per l’utopico o l’arcaico: monarchia assoluta, comunismo, teocrazia, neofeudalesimo, fascismo, anarco-primitivismo e tutte le altre visioni fantasiose che all’Europa sono sempre costate soltanto sangue. Siamo un movimento civico moderno, e intendiamo restarlo.
  • Respingiamo il nazionalismo meschino, lo sciovinismo etnico e culturale tra europei e ogni forma di irredentismo intraeuropeo. I vecchi rancori tra le nostre nazioni sono proprio le ferite a cui mirano i nostri nemici. La diversità culturale, l’orgoglio regionale e nazionale, la ricchezza delle nostre lingue: sono risorse all’interno di un progetto comune, mai armi da rivolgere gli uni contro gli altri.
  • Garantiamo l’uguaglianza davanti alla legge e le libertà civili che sono esse stesse un’eredità europea: libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di informazione; libertà di espressione, di riunione e di associazione. Tutti gli europei sono uguali in dignità e diritti, qualunque sia il loro sesso, il loro credo o la persona che amano, e chi attacca le persone per questi motivi non trova riparo presso di noi. Non importiamo le guerre culturali altrui per risolvere la questione.

In conclusione: parole finali

Ave Europa si dedica a un’Europa sicura di sé e unita, fondata sul realismo, sulla libertà, sulla responsabilità e su una cultura condivisa. A essa ci consacriamo, sapendo che ciò che facciamo oggi plasmerà la civiltà europea per generazioni.

Vogliamo un’Europa che protegga la propria civiltà e riconquisti la propria sovranità; che costruisca istituzioni democratiche degne di una federazione; che proietti la propria forza all’esterno e tuteli i propri interessi; che torni all’avanguardia nella scienza, nella ricerca e nell’industria; che garantisca dignità, sicurezza e opportunità ai suoi cittadini; che si rinnovi e porti avanti la propria cultura; e che onori ciò che rende ogni nazione unica, unendole in una sola.

Nel corso dei secoli, le nostre storie ci hanno condotto fin qui. Che cosa fare di questo momento spetta a noi decidere: non soltanto sopravvivere al secolo, ma attraversarlo da protagonisti, riprenderci il nostro destino e fare dell’Europa, ancora una volta, il continente che guida il mondo.

Europei, unitevi a noi.

Ave Europa